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Fukuoka – La mia esperienza

Ritengo doveroso scrivere, tra i primissimi post di questo blog, un articolo sulla mia esperienza nella città che mi ha fatto innamorare perdutamente del Giappone: Fukuoka (福岡).
Come ho scritto nella mia biografia (Link), fare la mia esperienza di studio all’estero in questo paese non è stata una scelta dettata da una passione per la cultura dell’estremo oriente (anzi, col senno di poi, mi rendo conto che del Giappone non conoscevo proprio nulla!), quanto più un desiderio di allontanarsi il più possibile da casa e provare a cavarmela finalmente da solo (seppur finanziato dai miei genitori, che mai finirò di ringraziare).
Una volta tornato dalla selezione del Politecnico, infatti, la prima cosa che ho fatto è stata accendere il computer e andare su Google per vedere cosa uscisse nei risultati digitando “Fukuoka“… Ottenendo ben pochi risultati e sempre le stesse 4-5 immagini ripetute: insomma, una situazione poco promettente o entusiasmante!
Dopo aver inviato tutte le documentazioni necessarie all’università che mi avrebbe ospitato e aver studiato da autodidatta per un paio di mesi la lingua su dei video degli anni ’80 (se siete curiosi, ho ritrovato su Youtube tutti i video a questo Link), sono partito ad aprile del 2010, su un volo Air China che non dimenticherò mai: un sedile stretto e scomodo, nessuno schermo per svagarsi ma un unico televisore al centro della cabina che trasmetteva film in cinese ininterrottamente per 10 ore e, come se non bastasse già tutto questo, una passeggera cinese nella fila davanti col sedile reclinato per tutta la durata del volo che riduceva ancor di più il mio spazio vitale.
Arrivato all’aeroporto di Fukuoka, stremato, sono stato prelevato da un dipendente dell’università e portato al dormitorio, nel quartiere di Ijiri, dove avrei passato i miei futuri 6 mesi.
La mia stanza era un cubicolo di 13mq con tutto il necessario per la sopravvivenza: cucinotto, letto, armadio, scrivania e bagno/doccia trasformabile.

Nei giorni successivi ho fatto conoscenza con i miei futuri amici, iniziato ad esplorare il quartiere (il primo e fondamentale acquisto è stato una bicicletta usata) e iniziato a capire come raggiungere l’università, nel quartieri di Ōhashi, per frequentare le lezioni.

Col passare del tempo, facendo la vita del classico studente universitario, ho iniziato a riscontrare alcune differenze tra Politecnico di Milano e Kyushu University:
Prima di tutto in Giappone il primo semestre inizia ad aprile, contrariamente all’Italia dove inizia generalmente verso settembre/ottobre.
Al Poli, le lezioni da seguire erano le stesse per tutti, senza possibilità di potersi creare un percorso formativo “personalizzato”, ed i corsi “a scelta” erano molto limitati; qui, invece, ho avuto la possibilità di scegliere liberamente le lezioni da frequentare in base ai miei interessi e gusti personali, l’importante era solo dover raggiungere un certo numero di crediti formativi.
Quando frequentavo il campus della Bovisa, al termine delle lezioni generalmente me ne tornavo a casa: ammetto che non sono mai stato un grande frequentatore degli ambienti universitari in generale, e il mio carattere timido mi ha sempre fatto restare con i miei “pochi ma buoni” amici, ma allo stesso tempo non c’era un vero e proprio spazio a disposizione degli studenti dove potersi riunire e lavorare, escludendo la biblioteca; nel campus giapponese, invece, a ciascuno studente viene assegnata una scrivania personale all’interno di un laboratorio, con a capo un professore di riferimento; io sono stato assegnato ad Ishii Sensei, un professore di Car Design che aveva vissuto in Italia e che quindi riusciva a comunicare con me (perdonatemi la foto un po’ mossa ma è l’unica che sono riuscito a recuperare, all’epoca non erano ancora molto diffusi gli smartphone!).

Un’altra grandissima differenza che ho notato è stata l’uso del computer per visualizzare le idee ed i progetti: nonostante ce ne fosse a disposizione uno a testa fornito dall’università, rimaneva pressochè inutilizzato dagli studenti Giapponesi, mentre la loro bravura nel disegno a mano mi faceva rimanere a bocca aperta!

L’università era accessibile 24 ore su 24, e non era raro che alcuni studenti dormissero sotto le loro scrivanie invece di tornare a casa! Assistevo alle lezioni, dove venivano assegnati dei compiti/progetti, e poi tornavo alla mia scrivania, passando moltissimo tempo a sperimentare e lavorare ma anche a legare con i componenti del labo.
Sicuramente essendo un gaijin suscitavo in loro molta curiosità e si sono sempre dimostrati molto disponibili nell’aiutarmi a comprendere i loro metodi di studio ma anche a farmi conoscere meglio i dintorni del campus ed in generale la città.

Inoltre, quando è cominciato il periodo estivo, spesso venivano organizzati veri e propri barbecue sui piccoli terrazzi del campus, a cui partecipavano anche i professori: un’altra occasione dove poter legare ed avere un rapporto più stretto con tutti i componenti.

Per quanto riguarda invece il tempo libero, soprattutto nei weekend, la meta preferita era il centro città di Fukuoka: a bordo delle nostre biciclette (da cui poi è nato il nome Gaijin Riders) io ed i miei amici ci ritrovavamo alla stazione di Tenjin e da qui decidevamo in che ristorante mangiare, in che bar andare a bere o in che club andare a ballare.

Come tutte le esperienze belle ed intense, i 6 mesi di scambio culturale sono volati, e una volta finite le lezioni sono riuscito a girare per un paio di settimane la parte centrale del Giappone, senza però riuscire ad arrivare fino a Tokyo.
Ovviamente quando è stato il momento di tornare in Italia, mi sono ritrovato di nuovo ad avere problemi con i voli: comprando solamente la tratta di andata Fukuoka-Milano il prezzo era spropositato, e così ho avuto la geniale idea di comprare un pacchetto A/R… Il risparmio sarebbe stato sostanzioso, se solo fossi stato più attento: infatti, senza pensarci troppo, ho invertito la prenotazione e ho selezionato prima l’andata dall’Italia al Giappone, ritrovandomi così il biglietto annullato una volta che questo è decollato senza che fossi a bordo.
Ho dovuto quindi trovare in fretta e furia un secondo volo per il mio rientro: Fukuoka-Singapore, 10 ore di scalo, poi Singapore-Zurigo e da qui 4 ore di treno fino a Milano; un’odissea di circa 34 ore totali.
Sono così tornato in Italia il 17 settembre, passando la maggior parte del volo con le lacrime agli occhi, con la consapevolezza di aver fatto una delle più belle esperienze della mia vita ed aver trovato una “seconda casa” in cui sperare di fare ritorno il prima possibile.

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